Una memoria lacerata
E un pugno di terra
Io sono e non sono
Ma nulla è più di ciò che è stato
E ciò che resta
Ancora si nasconde
Di Necessità
Preda e predatore
Lupo e agnello
Maschera e idolo
Troppo poco…
Né mi saziano
Le ceneri dei Titani
O queste carni
In cui riposi
Agitando le Tenebre della vita mia
Del sogno tuo crudele
Dell’urlo soffocato
Dalla memoria tradita
E del segreto tuo terribile
Del perenne divenire
Troppo poco…
Se pur vivi la morte mia
E la mia prigione
È il tuo nascondimento
Perché ecco
Ancora io muoio la vita tua
Sono e non sono
E tutto questo già non è più.
La poesia riprende
il mito di Dioniso che fu fatto a pezzi e mangiato dai Titani. Dalle ceneri dei
Titani distrutti da Zeus nacquero gli uomini. Il mito spiega dunque il perché
in noi vi sia qualcosa di divino. Al mito intreccio due famosi detti di
Eraclito: a) quello degli dei che vivono la nostra morte (in quanto eterni) e
degli uomini che muoiono la loro vita (in quanto perituri); b) quello che dice
che siamo e non siamo, proprio come l'acqua del fiume che scorre e che è e non
è appunto la stessa. Nel cuore della notte (Intempesta nocte) intesa come il
tempo della povertà spirituale, all'uomo
moderno ormai desacralizzato, perfino il pensiero che il Dio alberghi (o si
nasconda) in lui appare ormai troppo poco...