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giovedì 28 novembre 2013

Nel profondo della notte (Intempesta Nocte)



Una memoria lacerata
E un pugno di terra
Io sono e non sono
Ma nulla è più di ciò che è stato
E ciò che resta
Ancora si nasconde
Di Necessità
Preda e predatore
Lupo e agnello
Maschera e idolo
Troppo poco…
Né mi saziano
Le ceneri dei Titani
O queste carni
In cui riposi
Agitando le Tenebre della vita mia
Del sogno tuo crudele
Dell’urlo soffocato
Dalla memoria tradita
E del segreto tuo terribile
Del perenne divenire
Troppo poco…
Se pur vivi la morte mia
E la mia prigione
È il tuo nascondimento
Perché ecco
Ancora io muoio la vita tua
Sono e non sono
E tutto questo già non è più.

La poesia riprende il mito di Dioniso che fu fatto a pezzi e mangiato dai Titani. Dalle ceneri dei Titani distrutti da Zeus nacquero gli uomini. Il mito spiega dunque il perché in noi vi sia qualcosa di divino. Al mito intreccio due famosi detti di Eraclito: a) quello degli dei che vivono la nostra morte (in quanto eterni) e degli uomini che muoiono la loro vita (in quanto perituri); b) quello che dice che siamo e non siamo, proprio come l'acqua del fiume che scorre e che è e non è appunto la stessa. Nel cuore della notte (Intempesta nocte) intesa come il tempo della povertà spirituale,  all'uomo moderno ormai desacralizzato, perfino il pensiero che il Dio alberghi (o si nasconda) in lui appare ormai troppo poco...


martedì 26 novembre 2013

La Terza Età



Strade desolate
sferzate dal vento
Polvere, latrati
di cani randagi
Ombre silenziose
idrofobe d'amore

Un proverbio indiano ammonisce: “Le età della vita sono quattro. Nella prima l’uomo studia, nella seconda insegna, nella terza riflette, nella quarta impara a mendicare”. La quarta età, l’età nella quale l’uomo si fa mendicante, trasformando le proprie certezze in vita e filtrandole attraverso la catarsi della propria sofferenza, è dunque un traguardo. Dovrebbe essere il punto più alto dell’esistenza, una condizione spirituale corrispondente al tempo in cui le certezze soprattutto intellettive dell’età dello studio e dell’insegnamento fanno posto a umiltà, perdono, amore. Si tratta tuttavia di una condizione che l'uomo quasi mai raggiunge.

Il più delle volte infatti, orgoglio e ottusità ci condannano a vagare come cani randagi idrofobi d'amore (impermeabili all'amore, o incapaci di amare, se non rabbiosi... ) lungo le strade aride e desolate di una terza età fatta soprattutto di solitudine e recriminazioni.

giovedì 14 novembre 2013

Perché siamo infelici


Perché abbiamo dissipato la dote che gli dei ci hanno assegnato quando ci hanno fatto dono della vita, una dote fatta di virtù e di qualità.
In alcuni casi questa dote non è andata del tutto perduta, ma è finita in qualche mansarda o cantina, a prendere polvere e a ingiallire.
Altre volte invece è andata perduta per sempre.
Allora la vita si trasforma in una condanna ai lavori forzati, ai quali ci si reca ogni giorno, in catene, passando in mezzo a campi e paesi, le cose belle del mondo, senza poterne godere.
Per alcuni la pena sarà più breve: per quelli che confessate le proprie colpe daranno prova di ravvedimento e  di buona condotta.
Per altri sarà più lunga e fino all'ergastolo, per la loro incapacità di ravvedersi, che sia dovuta a stupidità o ad ostinazione.
Temo che questo sia il mio caso.
E questa è la vera infelicità, che non va confusa con la condizione di quanti dagli dei una dote non l'hanno avuta e che a ragione possono forse sperare in una futura ricompensa o meglio, in un qualche indennizzo.

D'improvviso un battito d'ali



Sono sempre le piccole cose
che mi procurano le emozioni più grandi:
il frusciare delle foglie nel vento,
un raggio di luce sul viso
lo stupore, lo spavento
d'un battito d'ali improvviso.

mercoledì 13 novembre 2013

La Verità




Il mondo non è uno specchio
La verità è che il mondo
di contrari armonia
discorde concordia feconda
la verità è un sudario liso
un improvvido brivido
indifferente al nostro sorriso