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Il Sole splende anche qui


“Il sole splende anche qui” pensai.
Il cielo quel giorno era terso, luminoso.
Mi strinsi nel cappotto e mi incamminai.
Faceva freddo e il terreno ghiacciato scricchiolava sotto i miei stivali mentre avanzavo verso l’infermeria del campo.
Il dottore mi aveva visto arrivare e mi aprì la porta.
Entrai e mi tolsi il cappello. Ci stringemmo la mano e il dottore mi fece strada lungo il corridoio.
“Come va?” gli chiesi.
“Lo stesso” rispose il dottore con rassegnazione. “Con noi non parla, quasi non mangia.”
La porta della camera era aperta e la stanza era abbastanza spaziosa e ordinata.
Se ne stava seduto sul letto, le spalle alla porta, lo sguardo fisso nel vuoto oltre la finestra.
Il dottore mi strinse un braccio e si allontanò in silenzio, curvo, le mani sprofondate nelle tasche del camice. Sapevo bene perché si trovava lì e che il mio tentativo non aveva alcuna speranza di successo. Nutrivo d’altronde lo stesso sentimento rispetto a tutto quanto ormai, e la cosa in fondo non mi turbava più.
« Homo sum, et humani nihil a me alienum puto » dissi.
Rimase raccolto in silenzio qualche secondo e poi, senza girarsi chinò il capo. “Terenzio...” disse, con un filo di voce, come se quel nome, come un vecchio libro, giacesse sepolto sotto una montagna di altri volumi.
“Già!” ripresi, quasi fiero di aver sconfitto il suo ostinato silenzio. “Sono un uomo e niente di ciò che è umano io reputo a me estraneo.”
Lentamente si girò verso di me. I suoi occhi mi scrutarono, come torce di fuoco nelle tenebre. “È umano ciò che facciamo noi qui?” mi chiese.
Dalle tenebre avrebbe potuto saltargli alla gola un lupo, ma gli venne incontro invece un uomo.
“Ti ricordi cosa rispose Socrate a chi gli chiese chi era?” domandai.
Si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra. “Un mostro”, rispose chiudendo gli occhi.
- Così rispose: un mostro! E Socrate era l’uomo di cui il Dio disse che più di ogni altro uomo sapeva!
- Allora siamo tutti mostri?
- Una parte di noi,voglio dire “in noi”, secondo me lo è. L’ho sempre pensato.
- Io questa idea la rifiuto, non la posso accettare.
- Siamo una pianta selvatica su cui è stato praticato un innesto. Per questo diamo frutti tanto diversi. C’è ancora tanto lavoro e non possiamo angosciarci per questo.
- La tua non è l’opera di un umile lavoratore nella vigna del Signore. Il disgusto mi soffoca.
- Quando lei abortì non provasti lo stesso disgusto? - gli chiesi. Non ti sentivi soffocare allora?
- Lei era nel suo diritto di donna, non potevo impedirglielo, ne abbiamo già parlato.
- Ma è proprio questo il punto! Tu, lei e tanti altri come voi, vivete nella vostra dimensione piccolo borghese. Il vostro mondo non è migliore del mondo che noi stiamo costruendo, eppure ci odiate, e con quanta ferocia! Mostruoso, dici! E non è mostruoso allora ciò che lei ha fatto, e come lei chissà quante altre donne in tutto il mondo? Ha ucciso tuo figlio abortendo, e tu che hai fatto? Non hai neppure smesso di amarla.
- Quel bambino non era nato ancora, non era neanche un bambino, non so neppure se era qualcosa.
- Sei un ipocrita. Era tuo figlio: dentro o fuori sua madre che differenza fa? La differenza è un’altra e sta nelle motivazioni.
- Ma di che stai blaterando? Di quali motivazioni parli? Mi citi un libraccio* che nessuno è riuscito a finire e di cui vuoi ricordare solo questa “nobile” avversione all’aborto… e la boxe magari! non dimentichiamoci la boxe, il nobile sport che mette in luce le più virili qualità! Non ti puoi prendere quello che ti pare da questa gente: devi prenderti tutto, anche questo! O niente.
- Il male è dappertutto. Corrompe ogni cosa. Lo volevamo estirpare e ora ce lo ritroviamo al fianco. Ma se saremo sconfitti trionferà comunque, non farti illusioni. E sarà al fianco di chi “libererà” l’Europa dal nostro “giogo”.

Aprì un cassetto e ne estrasse dei fogli.

- Questo l’ho avuto da un amico. L’ha ricopiato da una lettera di Dietrich, Dietrich Bonhoeffer, ti ricorderai di lui… –mi disse. Ascolta: “La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano, che vive della Bibbia, è appunto la conferma della abissale malvagità del male.

Si voltò verso la finestra. Lanciò lo sguardo nel sole abbandonato nel cielo azzurro oltre il vetro.
- Ma noi abbiamo marciato insieme sotto le insegne della luce. Era vera luce! Eravamo milioni! Noi operavamo per il bene, eravamo il bene, siamo il bene. Che il male si sia insinuato fra noi, o in noi, è possibile, ma che ci abbia presi a tradimento è semmai la prova che eravamo proprio noi il suo nemico. È chi non è toccato dal male che deve chiedersi per quale oscuro privilegio ciò avvenga. Ma queste prove terribili che noi affrontiamo mi portano invece a credere che non ci eravamo sbagliati.
Voglio anch’io leggerti qualcosa.

Portai la mano al taschino della giacca. Ne estrassi un taccuino, dove segnavo le parole che mi aiutavano a vivere.
- Ascolta, dissi: “In qualunque modo si possa configurare l’estremo destino dell’Occidente, incombe ora su di noi l’esame più grande e decisivo, quell’esame in cui forse noi, contro la nostra stessa volontà, verremo esaminati da coloro che sono sprovvisti di sapere, per vedere se noi stessi, oltre ad essere pronti alla morte, saremo anche sufficientemente forti per riuscire a salvare, contro la meschinità di spirito del mondo moderno, l’iniziale nel suo inappariscente ordinamento. Il pericolo, di fronte a cui si trova il “sacro cuore dei popoli” dell’Occidente, non è il pericolo del tramonto: il pericolo sta piuttosto nel fatto che noi stessi, del tutto sconcertati, ci si arrenda alla volontà della modernità e si sia attirati da essa”.E’ un appunto preso da mio fratello a Friburgo l’estate scorsa, durante una lezione di Martin**...


- Le conosco le vostre motivazioni, ma qui stiamo parlando di milioni di esseri umani!
- Stiamo costruendo un mondo nuovo, stiamo potando la pianta perché cresca più sana e più vigorosa. Non siamo che foglie, e prima o poi cadiamo, quel che conta è la salute della pianta.
- Omero non lo avevi ancora scomodato! Ma la filosofia non ti salverà! Omero era cieco come te e come questo folle che ci sta portando tutti all’Inferno.
- E voi chi vi salverà? Il vostro Messia? Vi ha chiesto una sola cosa: di lasciare i vostri beni e di seguirlo. L’avete fatto? No, non l’avete fatto. Vivete di ipocrisia.
- E voi invece cercate l’autenticità. E così avete scoperto che siete degli autentici stronzi.
- L’autenticità è la libertà, la libertà di essere ciò che siamo veramente, di vivere la nostra vita . Abbiamo vissuto per secoli un’esistenza fasulla e inautentica, soffocando la parte migliore e più nobile di noi stessi, strisciando come vermi per assomigliare il più possibile ai più umili. Esiste crimine più grande di questo, dimmi?
- E per recuperare questa presunta nobiltà dovevamo disfarci degli Ebrei? Dovevamo mettere a ferro e fuoco mezza Europa?
- Ma non ti rendi conto del pericolo che rappresentavano e che tuttora rappresentano per noi? L’Europa da qualche tempo non produce più uomini. Siamo forse uomini tu ed io? Dimmi, cosa siamo? Degli intellettuali, dei mediocri funzionari! Tu, io, siamo più ebrei degli ebrei. L’Europa, l’America, non sono altro che un grande ghetto. Ma non ti ricordi più il disgusto, la vergogna che provavamo e che io ti confesso ancora provo talvolta per la nostra inadeguatezza? Anche quando avremo finito qui, ci sarà lavoro per generazioni e il rischio di non liberarci più da questo male dell’anima che fiacca le volontà resterà forte a lungo.
- Il mio disgusto ora è anche più forte, e tu sai bene perché.
- Ma non c’era altra via, lo sai bene. Il lasciar fare avrebbe solo accelerato la nostra totale rovina, rendendo impossibile molto presto qualsiasi tentativo. Abbiamo un’opportunità storica irripetibile, dobbiamo solo esserne all’altezza.
- Sono distrutto e non mi riprenderò mai più. Ma sai qual è la cosa che più di ogni altra lavora alla mia rovina? Non è la consapevolezza di aver sbagliato tutto. Fosse solo questo, arriverei a farmene una ragione. No, è che qualcosa in me mi impedisce di fermarvi e di odiarvi.

Qualcosa nella sua espressione mi ricordò un’infermiera, che era in piedi vicino a me, su un tram a Berlino. Non mi ero reso conto di quanto fosse ubriaca, finché non parlò a un signore che le stava giusto di fronte e che evidentemente la stava fissando.
“Sarà indignato per il mio stato” gli chiese. E quel signore farfugliò qualcosa, scusandosi o forse dichiarandosi dispiaciuto di vederla così. Allora la donna gli disse che lavorava in un ospedale per le SS. “L’unica cosa che sento dire tutto il giorno dai malati” disse, “ …è: non posso farlo più! Non lo faccio più!”***

Non v’era altro da aggiungere. Era sceso il silenzio tra di noi. Lo lasciai così come l’avevo trovato, seduto sul suo letto, alla finestra, le spalle alla porta.

La neve scricchiolava sotto i miei stivali chiodati, e l’aria gelida mi apriva le narici. Mi sembrava di vedere tutto più chiaro. Volai alto sul campo, e più alto ancora, dove non mi giungevano più né le voci delle guardie né i motori dei camion. Il cielo si rifletteva nei corsi d’acqua. “Ecco”, pensai: “così e non altrimenti il Dio discende sulla nostra feconda terra”. Quando lo avessi voluto, anch’io sarei disceso dall’alto del cielo su questa terra. Volare alto, sempre più in alto, mi risultava ogni giorno più facile. L’avevo appreso in Russia, nel fango e nella neve dei larghi crateri aperti dalle bombe, tra le esplosioni che sollevavano valanghe di terra, irraggiando miriadi di schegge. E non l’avevo più dimenticato. Forse per questo mi chiamavano l’Aquila di Gross Rosen.

Note
* Il Mein Kampf di Adolf Hitler.
** Martin Heidegger. Il corso, intitolato "Eraclito", si tenne a Friburgo nel 1943.
*** L'aneddoto é citato in una lettera di Helmuth Von Moltke raccolta nell'epistolario intitolato "Futuro e Resistenza".