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Il Colosseo, 5 centesimi
I Valori dietro l’Euro
Il “Colosseo”, 5 centesimi
“E’ sufficiente avere una moneta unica e un mercato comune? Forse no! Occorre sentirsi europei, sentire cioè che si appartiene a una stessa famiglia. ” E’ questa, nelle parole di Joan Tugores, rettore dell’Università di Barcellona, la riflessione che ha dato vita al I Congresso sul tema della Cittadinanza Europea tenutosi alcuni anni fa nella bella città spagnola.
“Perché l’Europa viva” ha aggiunto Concepció Ferrer, membro del Parlamento Europeo, l’Europa “ha bisogno di un’anima e dei valori che costituiscono il retaggio della sua cultura e della sua storia”. E’ con queste parole che vogliamo riprendere il nostro discorso su “i valori dietro l’Euro”, perché la nostra riflessione sui simboli della nostra moneta possa tradursi in valori e cultura che ci aiutino a vivere un’Europa nuova.
Con l’Euro la vecchia Europa si apre al futuro ed entra in una nuova era. Il ruolo della moneta in questo cambiamento non deve essere sottovalutato. La moneta, “non è mai una realtà isolata…” come giustamente scrisse lo storico Braudel. Essa infatti “…s’incastra, dovunque sia, in tutti i rapporti economici e sociali, ed è per conseguenza un meraviglioso indicatore: dal modo in cui corre, perde vigore, si complica o difetta, è possibile giungere a un giudizio abbastanza sicuro sull’intera attività degli uomini… Vecchia realtà, o meglio, vecchia tecnica, oggetto di bramosie e di attenzioni, la moneta continua tuttavia a sorprendere gli uomini. Essa appare loro misteriosa, inquietante” .
Tra le ragioni di questo mistero v’è indubbiamente la simbologia di cui la moneta si fa portatrice. Una simbologia che nello specifico caso italiano è anche più ricca che altrove, veicolo di valori universali in cui qualunque cittadino europeo, a prescindere dal passaporto, può –e anzi dovrebbe- riconoscersi.
Valori e simboli, dunque: un discorso ostico da portare avanti in un’epoca così difficile per l’idealismo, in un mondo che ha ridotto la cultura a una branca dell’industria del tempo libero. E se nella dotta Francia qualcuno si chiede perché si sia fregiato l’Euro di un banale simbolo vegetale (l’Albero della Libertà, dell’Eguaglianza e della Fratellanza! N.d.r) che ne sarà mai del nostro Uomo Vitruviano e del nostro Colosseo?
Il primo pericolo che corriamo nella ricerca di un’interpretazione dei simboli è quello di cadere nella loro più superficiale oggettivazione. L’interpretazione della Croce per esempio, simbolo universale (ariano, celtico, egizio, ellenico) della Vita e della Verità discesa in terra e diffusa fra gli uomini schiacciato dalla potenza iconografica e oggettiva di una croce ben più tangibile, quella del Cristo, si è trasformata nel tempo fino a rappresentare univocamente due concetti “alieni” rispetto al mondo classico-occidentale: quello della “pietas cristiana” che non è assolutamente la pietas romana, e quello della “salvezza”.
Un rischio, quello dell’oggettivazione del simbolo, che corre senza dubbio anche il “Colosseo”, riprodotto sulla moneta da 5 centesimi di euro. Oggettivare l’Anfiteatro Flavio significa risvegliare semplicemente un immaginario di giochi gladiatorî e di martirî cristiani, o la grandezza di una Roma imperiale ridotta ormai al rango di attrazione turistica, cosa che ne inficerebbe la valenza simbolica ben oltre i limiti di per sé evidenti di quell’altro monumento della continuità nazionale che è la Porta di Brandeburgo, scelto dalla Germania come motivo portante di tutte le monete sotto l’Euro. Ma ciò che è superficiale non è mai di per sé assolutamente erroneo: ciò che è superficiale ci restituisce semplicemente la superficie di qualcosa che è e che va piuttosto approfondito . Così, per questo breve discorso sul simbolo di questa moneta, partiremo proprio dalle “idee” di grandezza e di gioco che abbiamo evocato.
Il nome stesso che l’Anfiteatro Flavio ha finito con l’assumere, questo “Colosseo”, mutuato nell’XI secolo dall’originaria vicinanza a un colosso, la statua bronzea di Nerone, ispirata appunto al Colosso di Rodi, ci testimonia questa idea di grandezza. Ma di quale grandezza potrebbe parlarci questo simbolo? Della grandezza di Dio testimoniata dal martirio dei primi cristiani, come avrebbe voluto papa Benedetto XIV che arrivò addirittura a consacrarlo, ponendo così almeno fine alla sua lenta distruzione? O della anacronistica grandezza, non più imperiale, di un diverso potere terreno?
In un celebre passo biblico Geremia si rivolge al discepolo Baruch: “Così parla Jahvé: invero, quello che io ho costruito, lo abbatto al suolo, e quello che io ho piantato, lo sradico, e tu chiedi per te alcunché di grandioso? Non lo chiedere!”
Ecco, forse il Colosseo è proprio il simbolo di questa volontà di potenza che il Dio del Vecchio Testamento ha in odio, dell’aspirazione verso qualcosa di grande che l’uomo occidentale ha sempre coltivato nel suo cuore, come pagano prima e come cristiano poi, contrabbandandola come grandezza del suo amore per Dio.
Se poi questo simbolo, incerti come siamo nel giudicare il nostro cosiddetto progresso , sia giunto a noi come monito o come valore, è quesito a cui non è facile rispondere: il simbolo, come discorso del Dio, “non dice e non nasconde: accenna”.
Questa incertezza apre la strada però ad un interrogativo ancor più essenziale: se e in che misura un simbolo sia “divino” e se e in che misura il Colosseo sia simbolo autentico.
Come tutte le meraviglie prodotte dall’uomo, il Colosseo si inscrive, cerchio esso stesso, in un cerchio magico al di fuori della dimensione del tempo . Esso è infatti la realizzazione di un sogno, di una visione che prima da idea si fa realtà concreta e poi da opera materiale ritorna nella dimensione dell’intangibile e dell’ideale facendosi appunto simbolo.
In questo cerchio magico risiedeva per gli antichi il vero centro di gravità del mondo, punto d’incontro tra il divino e l’umano. Nell’istituire che l’arte ispirata dalla visione e dal sogno porta a compimento, l’onirico si presentava agli antichi come ciò che è gravido del possibile. L’onirico, per i greci come per i romani, non è mai l’irreale, ma anzi l’essenza stessa del reale, poiché riguarda il divenir reale del possibile, laddove invece ciò che oggi consideriamo “reale” è solo il risultato della riduzione e dello sfruttamento di un qualcosa in vista di un’utilizzazione. In questo senso, il Colosseo è simbolo autentico, ma la profondità di questa concezione non è tuttavia facilmente assimilabile. Neppure oggi, nonostante il nostro elevato livello d’istruzione.
Il Colosseo ha poi un’altra valenza simbolica: quella legata, come dicevamo, alla dimensione del gioco.
Quando ci immaginiamo i giochi del Colosseo la nostra fantasia corre indubbiamente ai ludi gladiatori (munera) anche se i giochi più frequenti erano in realtà quelli della caccia (venationes). Caccia, gioco e lotta sono parole chiave che ci permettono di aprire una prospettiva molto interessante nella dimensione classica del sacro . Per capire questa affermazione dovremo rifarci ad un aneddoto citato da Diogene Laertio (IX,3) su Eraclito:
“Egli si era ritirato nel tempio di Artemide, per giocare ai dadi con i fanciulli; gli Efesini gli stavano attorno ed egli disse loro: perché, o furfanti, vi meravigliate? Non è forse meglio fare questo, anziché prendersi cura della polis insieme a voi?” Sono parole sconcertanti, e non solo secondo la mentalità di noi moderni, ma per gli stessi Efesini cui Eraclito si rivolge. La circostanza tuttavia, come non è incomprensibile per Diogene Laertio e per i suoi lettori, può aprirsi nel suo significato anche a noi se solo vi prestiamo attenzione. Eraclito non esprime qui, contrariamente alle apparenze, un rifiuto rivolto alla polis. Eraclito si trova nell’area sacra del tempio di Artemide, la Diana romana, e sta giocando con dei fanciulli. Pensando in modo greco, la preoccupazione per la presenza degli dei (egli si trova di proposito nel tempio) coincide con la più alta preoccupazione per la polis. Pensata in modo greco la polis è infatti il centro intorno a cui ruota il manifestarsi di tutto ciò che è essenziale. Nella Roma politeista, ove perfino Cibele aveva un suo tempio, questo centro cessa di essere il tempio e diviene ad un certo punto l’anfiteatro, con i suoi 70.000 posti, unico vero punto di raccolta di tutta la polis. Sacro esso stesso perché “separato” e terribile . La dea di Eraclito il filosofo è Artemide, dea della caccia. Noi crediamo di sapere che cosa significhino caccia e gioco, ma per il pensiero greco classico che cosa significavano realmente?
Artemide è raffigurata come colei che porta le fiaccole in entrambe le mani: è la dea portatrice di luce. Suoi simboli sono l’arco e la lira, armonia di contrari (l’arco, che dà la morte, si dice in greco “bios”, parola che significa “vita”). La caccia pensata in modo greco è un far uscire la preda dal nascondimento, come la ricerca della verità, che non è rivelazione ma appunto svelamento: un “trarre fuori dal nascondimento”. Le frecce di Artemide danno tuttavia la morte: la dea del sorgere, del gioco e della luce, simboli universali della vita, è al tempo stesso la dea della morte. Morte e vita, come arco e lira, sono l’armonia di contrari che per i greci è il mondo, e dove domina questo contrasto vi è lotta. L’anfiteatro è allora il luogo sacro per eccellenza perché in esso, attraverso i giochi gladiatori e venatori, si celebra la lotta come essenza dell’essere.
E’ mai possibile tuttavia che una simbologia così raffinata e tanto lontana dalla nostra cultura odierna abbia osato sfidare le barriere del tempo e del nostro discernimento usando per di più una monetina da 5 centesimi? Sarebbe certo più semplice dire che ci siamo sbagliati, ma “la maggior parte delle cose divine sfugge alla nostra conoscenza attraverso l’incredulità” e come cittadini di un mondo totalmente desacralizzato siamo interpreti oltremodo inattendibili di qualunque segno che eventualmente prepari a un ritorno del sacro.
Marco Aurelio, giustamente contrariato dalla crudeltà degli spettacoli che si tenevano nelle arene, proibì i giochi gladiatori e l’impopolarità che ne derivò non fu dovuta alla profonda cultura dei suoi concittadini ma piuttosto ai loro bassi istinti.
Con le catene della pace vorremmo oggi proibire le guerre. Una nuova arena virtuale, la televisione, porta però nelle nostre case lo spettacolo terribile della lotta che ogni giorno si combatte un po’ ovunque. “Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re” sentenziava Eraclito ( fr.14 cifr. Diano) e “l’uomo non può svincolarsi da questo destino (…) né può sospenderlo con una decisione sovrana” . Ma ciò che l’uomo può sempre, nella sua meditazione preparatoria, è di cercare almeno di comprenderne il significato essenziale. “Il pianeta è in fiamme, l’essenza dell’uomo è allo sbando” e la verità sull’essere è come smarrita.
Se la nostra salvezza dipenda da quel Cristianesimo che anche i martiri del Colosseo nel loro estremo fanatismo hanno contribuito a fondare o dalla libera ricerca intellettuale che il Cristianesimo come “un’ombra passeggera di nubi su una piana velata” ha oscurato, è l’interrogativo ultimo con cui l’uomo occidentale dovrà misurarsi. La filosofia, dal conto suo, ha già risposto.
“Odono e non intendono, simili a sordi; per loro vale quel detto: sono qui e sono altrove ”.
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