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Siamo tutti figli di Vaihinger


Sono tornati di grande attualità. Ne parlano uomini politici e capitani d’industria, giornalisti e opinionisti, l’uomo della strada come il dotto erudito. Sono i valori! Il fatto è che tutti ne parlano ma nessuno sa dire con precisione cosa essi siano. Di qui una pericolosa ambiguità non scevra di conseguenze per noi tutti. Nell’antica Roma ai valori si dedicavano templi e monete: Concordia, Onore, Giustizia, Sapienza, solo per citarne alcuni. Oggi, il nostro mondo ormai desacralizzato è più propenso invece a intendere i valori come “utili finzioni” e trova retorica la vecchia, classica, definizione di valore come ciò che è vero, buono e bello. L’idea di “valore” come “utile finzione” risale ai primi del Novecento, e si deve in particolare all’opera “Filosofia del come se” di Hans Vaihinger, filosofo tedesco e professore universitario.
In questo autentico bestseller filosofico del 1911, i valori sono dipinti come pure e semplici invenzioni che hanno però il grande merito di aiutarci nell’assolvere ai compiti teorici e pratici della nostra vita.
L’idealismo, di fronte all’incalzare delle scienze e della tecnica, è già una frivolezza cultural-borghese! La filosofia del “come se” lo coniuga allora con un sano pragmatismo.
Si tratta di una vera e propria rivoluzione che permea tutta la società dell’epoca e una voglia smodata di cose inautentiche inizia a imperversare un po’ ovunque.
Scrive Rüdiger Safranski : “Ciò che sembrava essere qualcosa destava grande impressione. L’uso di qualsiasi materiale era finalizzato a mostrare di più di quanto realmente non fosse. Fu l’era delle cose finte: il marmo era legno dipinto, il lucente alabastro era gesso (…)”.
E’ nata l’era del kitsch: la nostra era. I “valori” non sono più “religione” della res publica e guida del civis, ma in modo tutto nuovo rimangono tuttavia un mistero affascinante. Si arriva così a “la filosofia dei valori”, che avrà in Windelband e Rickert i suoi epigoni: l’ossessione del momento consiste nell’analizzare scientificamente quel processo in cui non accade – come nelle scienze della natura – che “qualcosa diventa qualcosa”, ma in cui invece “qualcosa vale come qualcosa”. A questo punto, un outsider, tale Georg Simmel, entra in scena e dà alle stampe un libro geniale che fonderà la religione del XX secolo e del Terzo Millennio: “La filosofia del denaro”! Safranski la riassume così: “Il denaro, in origine una cosa materiale, diventa il simbolo reale di tutti i beni per i quali esso può stare nello scambio. Una volta che c’è il denaro, tutto ciò con cui esso entra in contatto diventa stregato: tutto può essere stimato in base al suo valore, tanto che si tratti di una collana di perle, di un discorso funebre o del reciproco uso degli organi sessuali”. Così il denaro supera lo spirito, di cui un tempo si diceva che soffia dove vuole. Il denaro è il nuovo Dio. Così sull’interpretazione di un concetto come quello di “valore” si sono giocate le grandi trasformazioni del nostro tempo. Vaihinger e Simmel, meriterebbero solo per questo di essere annoverati tra i padri dell’era moderna, insieme agli inventori della plastica. In quanto cittadini del Kitsch dobbiamo essere consapevoli però che il “bello” ha da venire ancora: altri filosofi, altri uomini politici, altri capitani d’industria conieranno per noi altri slogan, li rivestiranno di “valore” e conieranno per esso nuove definizioni, che noi compreremo, perché il nostro destino è appunto “comprare”. Ma in questo vortice di continuo cambiamento c’è anche qualcosa che non cambia e non va perduto perché “custodito”. Per quante definizioni gli uomini si affannino a produrre, il senso originario ed essenziale delle cose rimane infatti custodito e protetto nella parola stessa. La parola custodisce il senso di “valore” nelle sue radici. Radici che non sono in alcun modo collegate all’ambito economico, come alcuni consulenti aziendali nella loro superficiale distrazione vorrebbero farci credere. “Valore” e “valere” derivano da “Wele” (antica radice attestata anche in area celtica) da cui walten e ver-walten. Dove “ver” (da whar”) significa “guardia”, “custodia”, e “walten” significa agire, gestire, amministrare, governare. Il linguaggio parla, e attraverso la parola detta insegna che “Valore” è allora propriamente “ciò che custodisce la verità circa l’essenza del nostro agire” e che in quanto tale ci indica una rotta da seguire nel mare della vita. Perpetuare questi valori era per Roma la vera religione. Interpretare i valori come “utili finzioni” è stato solo l’ultimo effetto di una negligenza. La negligenza che era per gli antichi il contrario di religione (re-legere e neg-legere). Se ne ricordino quanti di valori si riempiono la bocca, perché finché i valori saranno considerati solo come utili finzioni tutto sarà “come se” ma nulla avrà davvero valore. (1 febbraio 2003)

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