I Valori dietro l'Euro
Marco Aurelio, 50 centesimi
L’Euro è ormai entrato nella nostra quotidianità. Ora che la curiosità intorno all’aspetto di questa nuova moneta è svanita, i tempi sono forse maturi per avviare una riflessione più approfondita su ciò che sta dietro e “oltre” l’Euro. Ogni moneta è infatti portatrice di un simbolo e ogni simbolo rappresenta -e in un certo senso- custodisce uno o più valori.
Abbiamo sentito parlare di concorsi, sondaggi e referendum legati alla scelta di questi simboli, ma cosa c’è “oltre” il marketing che ha accompagnato questa iniziativa? Che cos’è un simbolo e da cosa scaturisce? E’ l’uomo che sceglie il simbolo o è quest’ultimo a venirgli incontro? E la magia del simbolo e la stessa della parola poetata che nel nominare -
chiama- avvicinando, o è come la parola divina che “dice non dice ma comunque indica”?
Tutte le strade portano a Roma. Confluiscono sotto questa statua equestre, in Campidoglio. La statua, una copia[1], è quella di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo sotto il cui regno, tra il 161 e il 180, l’impero romano toccò il suo apogeo. Tutte le strade conducono qui, a
questa statua che i cristiani risparmiarono dalla distruzione solo perché convinti che raffigurasse il grande Costantino. Perché Marco Aurelio, ci chiediamo, e non Giulio Cesare, o Ottaviano Augusto? Che cosa simboleggia questo imperatore filosofo, più che altri, ben più
famosi e forse più amati? Tutte le strade portano a Roma, dicevamo, ma questo Marco Aurelio, con la sua mano alzata e protesa, pare indicarne una sola. Che cos’è
un simbolo? Da dove scaturisce e perché ci viene incontro?
Abbiamo letto di referendum e di sondaggi sulla scelta di questi “simboli” per l’euro, ma dietro la “scelta” di Marco Aurelio vi è qualcosa che va oltre il valore che distrattamente siamo tentati di dare ad una monetina da 50 centesimi, qualcosa che ha a che fare
forse con l’essenza stessa della storia e che la storia ci ha come destinato.
L’Europa s’interroga da tempo sulle proprie crisi. L’Europa, l’Occidente, come occasum,
sembra esprimere un destino a cui pare non potersi sottrarre: il destino di un tramonto. E l’Italia, Esperia, terra, appunto, della sera[2], come la chiamò il popolo che sta all’origine della storia occidentale, partecipa per antonomasia a questo destino, seppure in un senso che
oggi assolutamente ci sfugge. “Dobbiamo accettare il tramonto dell’Occidente” si chiedeva Edmund Husserl a pochi anni di distanza dalla carneficina della Grande Guerra, “come se si trattasse di una fatalità, di un destino che ci sovrasta?”[3]. Che cos’è il tramonto
dell’Occidente? Esso rappresenta forse il tempo dell’estrema indigenza in cui ci siamo venuti a trovare? Un’indigenza estrema, è stato detto, perché le tracce del Sacro si sono come dissolte e l’uomo, che ha perso la coscienza di sé, è così povero che non riconosce neppure la mancanza di Dio come mancanza. “A causa di questa mancanza viene meno al mondo ogni fondamento che fondi” scrisse Martin Heidegger. “Il fondamento è il terreno su cui radicarsi e stare”[4] e “l’epoca a cui manca il fondamento pende nell’abisso”[5]. Abbiamo forse bisogno di altre prove, dopo tutto quello che abbiamo visto e udito, o che comunque ci è stato
testimoniato, per dubitare ancora dell’improrogabile necessità di un profondo e radicale rinnovamento etico della nostra civiltà? Ma perché dovremmo tornare proprio
a Marco Aurelio? Oggi “tutti vogliono essere nuovi...” si legge in una lettera di Jacob Burckhardt, “...ma nient’altro.”[6] La neofilia, che affètta ormai ogni campo del sapere, ogni sentiero dell’umana ricerca[7], è il primo ostacolo alla comprensione e all’accettazione del significato ultimo del Marco Aurelio simbolo. Se Marco è tuttavia in qualche modo un “precursore”, se nei suoi Pensieri e nelle sue azioni possiamo ravvisare un alcunché di originario e di fondamentale, allora dobbiamo convenire che in quanto precursore egli non è dietro a noi, ma avanti a noi, e con un vantaggio che noi mai potremo colmare. Egli ci viene incontro, in un certo senso, non dal passato, ma dal futuro e per il futuro: si è inoltrato nella storia e ci viene incontro, perché noi siamo i più vicini a ciò che ancora è da dire e a ciò che
il destino della storia reclama dalla nostra azione[8].
Marco Aurelio Elio Annio Vero Antonino, era il suo nome.
Vero, anzi Verissimo, come pure lo chiamavano in famiglia, giocando sul suo nome e con la sua precoce serietà. Anche questo nome pare racchiudere un destino. “Il nominare chiama”[9], in questo consiste in fondo la magia di tutti i simboli.
Vero non richiama tuttavia soltanto la sincerità e l’onestà. In Vero riconosciamo l’antica radice ariana wahr, “custode”, da cui “guardia” e “vera” custodia della fede.
Tutto di Marco può essere ricondotto a questa idea di custodia e guardia. Una vita intera dedicata alla difesa dei confini fisici di un impero tanto vasto da abbracciare gran parte di Europa, il Nord Africa, il Medio Oriente e alcune regioni asiatiche. Ma anche e sopratutto la difesa dei confini ideali di una cultura, di una civiltà, che aveva saputo portare la luce là dove le tenebre da sempre regnavano e che le tenebre non hanno mai smesso di minacciare. Portatore di luce e dunque Luci-fero.
L’equazione che vuole ridurre Roma a un regno del demonio, crolla però miseramente quando ci addentriamo nella sua verità. Arrischiatevi nei Pensieri di Marco e confrontate il suo Amor con la vostra idea di Roma.
Soffermatevi sulla grandezza delle opere di questa civiltà. Roma non è il contrario di Amor, ma solo la sua immagine speculare: Amore si è compiaciuto di sé e si è specchiato in Roma. Vanità di un gesto di amore!
Che la vera barbarie da cui l’idea di Roma dovesse guardarsi non fosse solo quella dei Quadi e dei Marcomanni, e che ben altre tenebre ne minacciassero la luce è facilmente intuibile.
I Pensieri di Marco sono lì a testimoniarlo, e le stesse monete coniate in quel tempo sembrano
suggerirlo. Marte, la Vittoria, la Clementia, tutti temi classici e ricorrenti, possono ricondursi facilmente alle vittoriose campagne militari di Marco e delle sue legioni, ma altre monete risultano più numerose e significative.
Sono le monete che presentano sul rovescio immagini o nomi di astrazioni divinizzate come
Honos, Pietas, Virtus, Fides e soprattutto Minerva, che pare invocare l’intervento della ragione nella vita dell’Impero, la chiaroveggenza politica e il ripudio di ogni eccesso[10].
Su un’altra moneta troviamo l’iscrizione RESTITUTOR ITALIAE.
Marco è agli occhi dei suoi contemporanei il Restitutor Italiae perché ha restituito all’Italia le sue virtù e l’Italia alla migliore tradizione. Un’Italia, beninteso, che non deve essere intesa né in senso geografico, né in senso politico. Un’Italia còlta piuttosto nella sua forma spirituale,
che intendeva esprimere qualcosa come un’idea, un’idea che probabilmente attingeva ad un insieme di valori e di tradizioni e che rappresentava una visione del mondo e dell’uomo, e del dimorare dell’uomo nel mondo, di cui possiamo rinvenire solo qualche eco, nelle Elegie di Tibullo, come nelle epistole di Seneca e, appunto, nei pensieri di Marco.
At mihi contingat patrios celebrare Penates
Reddereque antiquo menstrua thura Lari[11]
Gli scopi egoistici di un imperialismo espansionistico o di un nazionalismo degenere sono del tutto incompatibili con questo iberico che pensa e scrive in greco e che si circonda degli uomini migliori di Africa, Gallia e Asia. Marco non è né un Giulio Cesare né un Traiano. Marco è, piuttosto, nel suo vivere filosofico, un “funzionario dell’umanità”!
“In quanto Antonino...” scrive nei Pensieri (VI, 44) “...Roma è mia città e mia patria; in quanto uomo, il mondo. Unico bene per me è quindi soltanto ciò che giova a queste due città”. E la patria non è qui soltanto la terra dei padri, quanto la terra “ideale”, il luogo in cui vivere ed operare, da padri, responsabilmente, orientati al futuro.
Gli antichi avevano un’idea chiara del significato di patria, un significato che l’uomo moderno ha invece smarrito[12] e che sovente fraintende o banalizza, riducendolo magari ad un vuoto chiacchiericcio, come quello più recente sull’opportunità di cantare o meno un inno in ambito sportivo. Il mito archetipico della nostra cultura, il mito che ha originato lo slancio creativo del Poeta che ha cantato il primo inizio della patria, nonè, ricordiamolo, quello dell’astuto Ulisse, o del prode Achille, o del nobile Ettore, ma quello di Enea. Il pio Enea che porta in salvo, sulle spalle, il vecchio padre Anchise, tenendo per mano il piccolo Ascanio attraverso gli orrori della città in fiamme.
Un mito che Virgilio ha anteposto anche a quello della fondazione stessa di Roma, dove, nel vuoto corrispondente all’assenza del padre, scende inesorabilmente tra i fratelli Discordia, la “luttuosa compagna”. L’immagine notturna del pio Enea, salvatore, padre, guida, è dunque l’immagine che regge la nostra storia e che, risvegliando dalla terra e dal sangue la grande anima di un mondo spirituale, ha illuminato il cammino del nostro popolo.
Il viaggio di Enea, il padre che s’inoltra nel futuro con un progetto, si conclude in Italia, la terra della sera, e proprio in questo dobbiamo ricercare il nostro tratto patrio.
La sera è il momento del tramonto. Il tramonto dona il favore al sorgere. Il sorgere è il luogo e l’ora del risveglio.
L’essenza del risveglio è un rinnovamento.
L’Italia, in quanto terra della sera, custodisce una verità circa il destino di un tramontare che in quanto tale dona il favore a un sorgere e ad un risveglio. Esperia, l’Italia, custodisce una verità circa l’essenza del “risveglio”.
L’Italia è il terreno che dona il favore al rinnovamento, come vedremo parlando di altri simboli dell’Euro, dalla Nascita di Venere del Botticelli all’Uomo Vitruviano di Leonardo. Marco Aurelio, il Restitutor Italiae, risvegliò questo mondo spirituale, l’idea di Roma. Un’idea solo apparentemente fragile, perché “tutto ciò che è grande sta nella tempesta”[13] , ma capace di resistere, alla prova della storia, non solo ad un cattivo imperatore, ma a serie intere! Primo principio di ogni architettura: “la casualità delle persone non può avere
alcun peso in cose del genere”[14], come vedremo in futuro parlando di quell’altro simbolo
dell’Euro che è Il Colosseo.
“Come pronuncerà il mio nome il mondo negli anni a venire?” chiede Marco Aurelio al suo generale, nel pluripremiato “Gladiator” di Ridley Scott, “...sarò noto come il filosofo, il guerriero, il tiranno? Oppure sarò l’imperatore che ha restituito Roma al suo vero spirito?”
Oggi chi conosce, o presume di conoscere Marco Aurelio, pensa alla finzione cinematografica o alla distratta lezione impartita da una scuola spesso avversa per quel sospetto, tutto cristiano, verso ciò che Nietzsche chiama il “pathos della distanza”, l’aristocraticismo dei sentimenti, “premessa di ogni innalzamento, di ogni crescita della
cultura”[15].
Interpretazioni che non sempre aiutano a comprendere e che anzi risultano in definitiva ingannevoli.
Leggiamo talvolta che Marco ha rappresentato l’incarnazione dell’ideale platonico di un governo della filosofia.
Leggiamo anche che nei Pensieri non possiamo ravvisare una “dottrina filosofica” sistematicamente sviluppata.
Queste considerazioni ci dicono però solo qualcosa sulla distanza che ci separa da un autentico sapere, precludendoci la verità su Marco. La filosofia è sempre e innanzitutto un fare e non può essere ridotta a prontuari di risposte o a sterili dispute accademiche.
Arrischiatevi nei Pensieri di Marco, nella sua fede sincera nel rinnovamento e nello sviluppo dell’uomo e dell’umanità verso la vera humanitas che ne è l’essenza.
Solo così è possibile comprendere come proprio in un’epoca di potere assoluto e di dilagante corruzione sia stato possibile riconoscere “senza esitazione, la condizione più prospera e felice (...) di tutta la storia universale”[16]. “La “incommensurabile maestà della pace
romana” del buon vecchio Plinio. “Ovunque, o quasi,” si legge nella monumentale “Storia di Roma” di Cary-Scullard, “...regnò un clima improntato all’armonia e all’operosa collaborazione. Questa caratteristica saliente del periodo la si può riscontrare quasi ad ogni pagina dei Ricordi (l’opera di Marco Aurelio è stata tradotta anche così, altri preferiscono “A sé stesso”, altri “Pensieri” n.d.r.)... Insomma, proprio nel momento in cui più forte fu l’autorità romana, più robusta fu anche tra i cittadini dell’Impero la pietas.”
Marco è dunque il re-istitutor italiae perché ha ri-fondato (re- statuere, istituire di nuovo), risvegliandolo, il mondo spirituale del nostro popolo, dove per mondo spirituale di un popolo, non intendiamo né “la sovrastruttura di una cultura, né tanto meno l’arsenale delle
conoscenze e dei valori utilizzabili”, quanto piuttosto “la più profonda custodia delle sue forze”, unica garanzia di continuità e di avvenire, nella misura in cui esso chiama “a decidere tra la volontà di grandezza e il lasciar fare della rovina” che dove è scritto “fierezza” legge
solo “alterigia”. La fierezza non è alterigia, come lo spirito di patria non è e non deve assolutamente essere nazionalismo.
Sapremo seguire la via di questo rinnovamento, liberandoci dell’idolatria di un pensiero privo di terreno e di potenza? Sapremo resistere alla minaccia dell’indifferenza e alla volontà di una modernità capace di attirarci e sconcertarci al tempo stesso?
“Una nazione, un’umanità, vive e opera nella pienezza delle forze soltanto se sorretta nel suo slancio da una fede in sé stessa e nella bellezza e bontà della vita della propria cultura; se, dunque, non si limita a vivere, ma aspira a qualcosa che considera grande, e trova appagamento solo quando riesce progressivamente a realizzare valori genuini e sempre più elevati.
Essere degno di appartenere a un’umanità simile, cooperare a una tale cultura, contribuire ai suoi valori edificanti, rappresenta la felicità di ogni uomo operoso e lo solleva dalle preoccupazioni e dalle sventure individuali”[17].
[1] “Quando il trovato diventa mero reperto, allora è già maturo per il museo e, finito nel museo, è destinato a perdersi, a diventare un oggetto per Americani” (M. H. “L’inno Andenken” di Hölderlin, Mursia ed., pag. 115.)
[2] Esperia dal greco hésperos, che in latino diviene vesper, da cui il nostro vespro.
[3] Edmund Husserl “Rinnovamento” in “L’idea di Europa” R. Cortina ed. 1999.
[4] Simone Weil scrisse che il radicamento è “forse il bisogno più importante e il più misconosciuto dell’animo umano. (...) Un essere umano ha una radice in virtù della sua partecipazione reale, attiva e naturale
all’esistenza di una collettività che conserva, vivi, certi tesori del passato e certi presentimenti d’avvenire”. (S. Weil, L’enracinement, Gallimard, Paris, 1949, p.45; trad. It. La prima radice, a cura di F. Fortini, Ed. di
Comunità, Milano, 1954, p.51.
[5] Martin Heidegger “Perché i poeti” in “Sentieri interrotti” La Nuova Italia ed. 2000.
[6] Jacob Burckhardt (1818-97) cit. della lettera del 23 agosto 1843 a Johanna Kinke, in Peter Gay, “L’educazione dei sensi”.
[7] Richard Noll “Jung, profeta ariano” Mondadori ed., pag. 31.
[8] Martin Heidegger nel suo celebre e controverso Discorso del Rettorato ebbe a dire: “ L’inizio è ancora. Non è alle nostre spalle, come ciò che già da lungo tempo sia stato; esso si stanzia davanti a noi. In quanto
è la cosa più grande, l’inizio è già passato in anticipo... e si è inoltrato nel fututro”. Martin Heidegger, “Scritti Politici” Piemme ed., pag.134.
[9] Martin Heidegger “In cammino verso il linguaggio” Mursia ed..
[10] Pierre Grimal, “Marco Aurelio”, Garzanti, 1993, pp. 28-31. E per una bibliografia sulle monete di Marco Aurelio, pag. 304.
[11] Tibullo, Elegiae, I, 3, 33-34: “Ma a me tocchi in sorte celebrare i patrii Penati, e offrire all’antico Lare l’incenso di ogni mese”.
[12] Con l’eccezione (che conferma la regola) dell’idealismo tedesco, Hölderlin sopra a tutti. Per Hölderlin la patria è la cosa più cara, “Vieles aber ist / Zu behalten. Und Not die Treue”. Molto però è da conservare. E
ci è imposta la fedeltà.
[13] La citazione che è tratta da Platone, “Repubblica” 497 d, 9 riecheggia nei bellissimi versi di R. Char: “l’essenziale vive continuamente sotto la minaccia dell’insignificante”.
[14] Nietzsche, “L’Anticristo, Maledizione del Cristianesimo” pag.87 Newton Ed., 1993.
[15] ibidem, p.64.
[16] Gibbon “Storia della decadenza e della caduta dell’Impero romano”, Einaudi 1967, I, pp.77 ss.). Si veda anche Citati “La luce nella notte”.
[17] Edmund Husserl, op. cit..
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