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sabato 28 gennaio 2012

O River of Dart!



O River of Dart!
"River of Dart ! O river of Dart ! Every year thou claimest a heart. "
(A traditional rhyme in Devon)


La sua era stata un'infanzia serena, allietata dall'amore materno, dai giochi e da un'assoluta spensieratezza. Era stato un bel bambino, e ogni nuovo incontro portava con sé una messe di complimenti, di carezze e di baci.
Poi iniziò la stagione della scuola e le cose si complicarono un poco. Ai complimenti degli adulti e all'amicizia e all'affetto di alcuni compagni, cominciò infatti a mescolarsi un po' di quella cattiveria che è così comune, e in fondo naturale, nei bambini e nei ragazzi di tutte le età. Ma la vita era sempre bella e sembrava promettere ancora infiniti doni e avventure e scoperte straordinarie.
A un certo punto poi, sulle ali di una brezza inattesa, giunse la stagione degli amori, che s'innestò sul ramo già ricco di gemme della sua vita, infiorandolo e profumandolo di fragranze così inebrianti ed intense che anche negli anni che seguirono non lo abbandonarono più.
Quando quella primavera finì, quella lunga serie di primavere cucite insieme, il ramo si caricò di frutti . Era entrato in una nuova stagione. Una nuova vita, fatta di nuove responsabilità e di nuove preoccupazioni, lo condusse così su una strada tutta in salita e piena di bivi.
Le scelte si fecero sempre più difficili e contrastate. Sceglieva sempre per il meglio, o così credeva, ma ogni sua decisione finiva col ferire qualcuno. Così,nel vano tentativo di non ferire nessuno, finì spesso col caricarsi di nuovi pesi, e con lo spogliarsi di qualcosa.
Ed ecco che un bosco incantato gli cresceva intorno, avviluppandolo nei suoi virgulti, come in cento, mille abbracci, chiudendogli un sentiero dopo l'altro, e rendendo sempre più faticosa la sua marcia.
Poi, d'un tratto, si ritrovò solo, completamente solo, in mezzo a un deserto.
Si dice che in punto di morte si riveda tutta la nostra vita come in un film. Sdraiato sul suo letto di morte (perché la morte non era lontana, ne era certo) pensieri e strane immagini si mescolavano così nella sua mente indebolita e confusa dalle medicine che in piccoli rivoli affluivano nelle sue vene attraverso colorati tubicini.
Da qualche tempo rimpianti e rimorsi si affollavano nel suo petto stringendolo in una morsa che quasi gli toglieva il respiro. Non voleva morire. Se si fosse ripreso avrebbe potuto forse rimediare, dare un'ultima svolta alla sua vita. Sapeva bene però che non era così: "che cos'è il destino, se non l'incapacità di sottrarci ai nostri difetti..." pensava tra sé e sé, ma la speranza di quell'ultima chance in fondo gli bastava.
A chi poteva rivolgere tuttavia quest'ultima preghiera?
"Perché dici ' l'ultima'?" si sentì chiedere. "Dì piuttosto la prima!" disse il misterioso visitatore.
"Chi sei?" chiese di rimando il vecchio dal suo letto.
"Mi chiamate spesso con nomi diversi... Sono colui che attendevi".
" Allora ti chiamerò Mercurio, ma dimmi..."
"Parla, ti ascolto."
"Sei qui perché ti ho invocato o solo per svolgere le tue mansioni di... psicopompo?"
"Una cosa e l'altra mio buon vecchio. Perché m'invocavi?"
"Non ridere di me, ma non voglio morire, non ancora."
"Non riderò di te mio buon amico, né ti porterò con me tuo malgrado. "
Il volto del vecchio si distese. "Ci sono tante cose che devo fare ancora qui. Tempo, dammi ancora un po' di tempo. Ho paura della morte, e di ciò che posso trovare di là."
"Ma la morte non deve, non può farti paura: la morte si sconta vivendo! Quante volte hai ripetuto questo verso a tua figlia, agli amici, i nipoti? Quanto all'aldilà, è vero che vi troverai ciò che non ti aspetti, ma non v'è nulla che tu debba temere. E restare qui... non ti spaventa? Malato come sei, e alla tua età, sei ormai un peso per tutti, compresi quelli che un tempo ti han voluto bene. Che futuro ti aspetta? "
La sua mano gli sollevò delicatamente il capo, poi le spalle. Sollevò il lenzuolo, lo prese per le mani e lo aiutò ad alzarsi. Fecero insieme i pochi passi che separavano il letto dalla finestra.
"Se ti offrissi di rimanere qui per un po' di tempo ancora, e di prendere in cambio quella giovane donna che cammina là, su quel marciapiedi, sotto l'ombrello, quella col cappotto rosso, o quel bambino che tiene per mano quella donna grossa, sul lato opposto della strada... che mi risponderesti? "
"Che non posso. A queste condizioni non potrei..." rispose il vecchio. Questo mondo ha fatto di me un mediocre funzionario, nulla di più, ma son pur sempre un uomo, anche se nulla della mia vita lo prova, e anche in altre circostanze ti avrei risposto nello stesso modo. Se tu me lo avessi chiesto cinquant'anni fa, con la vita tutta davanti, cosa credi che ti avrei detto? Prendi me! Questo ti avrei detto. "
Si voltarono allora verso il letto, e il vecchio che vi giaceva, immobile, la bocca appena socchiusa, aveva chiuso gli occhi in un sonno di pietra.
Pioveva, e il buio aveva già avvolto la città nel suo spesso manto, ma prima di rientrare gli restava un'ultima visita. Salì senza suonare. Percorse il lungo corridoio fiancheggiato di antichi busti di marmo, sotto lo sguardo silenzioso, indifferente, dei ritratti appesi sui due lati. Aprì la porta della ricca sala, illuminata solo dal fuoco del possente camino di pietra.
"Com'è andata?" chiese un vecchio dallo sguardo arcigno, avvolto in una lussuosa vestaglia, dalla poltrona in cui lo attendeva, riponendo sul tavolino di radica un rosario di plastica.
Gli girò intorno, posando a lungo lo sguardo sul rosario. " Ha accettato!" esclamò, e senza nulla aggiungere lasciò la stanza.
Scendendo le scale del palazzo scosse la testa divertito. "Psicopompo! Era tanto tempo che nessuno mi chiamava più così!"

Note:
Il titolo, tratto da un verso tradizionale gallese, rimanda ad un'antica leggenda secondo la quale il dio del fiume avrebbe reclamato ogni anno una vita umana.
La morte si sconta vivendo è un verso di Giuseppe Ungaretti, tratto da "Sono una creatura" del 5 agosto del 1916.
L'idea che il destino consista in fondo nell'incapacità di sottrarsi ai propri difetti fu espressa da Arthur Schopenhauer.
Psicopompo è appellativo di Mercurio che come Caronte era ritenuto dagli antichi guida delle anime nel loro viaggio verso l'aldilà. Dal greco ψυχοπομπóς, derivato da ψυχή (psyche), anima, e πομπός (pompós), "colui che conduce".

martedì 24 gennaio 2012

Accadde il giorno: 25 gennaio




Ferrara, cortile del Palazzo Ducale: si rappresentano, per volere di Ercole I, e in onore di Francesco II Gonzaga, promesso sposo di Isabella d'Este, i Manaecmi di Plauto, tradotti in italiano. E' il 25 gennaio del 1486. L'attesa è grande. La scena che si presenta a questo pubblico accorso numeroso è strabiliante: "una cittade con case di assi dipinte", "un albero o zirandola che in un medesimo tempo buttò più razzi di fuoco in aere, alti, con gran stridio e vampa stupendissima". Le innovazioni tecniche e artistiche sono tali da lasciare in visibilio nobili e plebei, e la notizia fa rapidamente il giro d'Europa: è' nato il teatro moderno, il teatro che porterà alla ribalta i nomi dell' Ariosto, del Tasso e di Giraldi Cinzio. Due anni più tardi i Manaecmi saranno rappresentati anche a Firenze, per il divertimento di Lorenzo il Magnifico, per cui Poliziano in persona reciterà il Prologo. L'eco dei Manaecmi arriverà fino a Shakespeare, che riadatterà questa spassosa commedia degli equivoci che tanta fortuna raccolse in età umanista, sotto il titolo di Comedy of errors.
Ecco dunque un'altra tra le tante storie della nostra Ferrara che sarà opportuno ricordare.

domenica 15 gennaio 2012

Ritratto di Musico

“Pensa agli uomini che sono morti”, scriveva Marco Aurelio. “Personaggi acuti, magnanimi, laboriosi, attivi in ogni campo, orgogliosi, canzonatori di questa stessa vita umana, mortale ed effimera...”.
“ In men che non si dica”,scrive sempre l’Imperatore filosofo, “cenere o scheletro e semplice nome o neppure più nome”.
A questo pensavo, indugiando di fronte al Ritratto di Musico del 1485, attribuito al grande Leonardo. Osservate questo ritratto.



Osservatelo attentamente. Forse l’avrete riconosciuto, o forse no. Lasciate comunque ch’io ve ne parli qui brevemente.
Alcuni giorni or sono, ho avuto modo di ascoltare una recente esecuzione di una composizione di Franchino Gaffurio, intitolata “Musices Septemque Modos Planetae”. Si tratta di un Coro in latino, di straordinaria bellezza. Ascoltandolo si è come rapiti e trasportati in un tempo lontano. D'un tratto ci si ritrova nel Medioevo, o forse ancora più indietro nel tempo. Di primo acchito lo si potrebbe scambiare per un canto gregoriano, ma ascoltandolo attentamente si è costretti a riconoscere che ci si trova al cospetto di qualcosa di diverso, di peculiare. La curiosità mi ha portato così, in primo luogo, ad informarmi su chi ne fosse l’autore. Le notizie su questo Franchino Gaffurio non abbondano, ma quelle reperibili sono sufficienti a farci un’idea del personaggio. Umanista a tutto tondo, nativo di Lodi e contemporaneo di Leonardo da Vinci , si dedicò a molti studi ed eccelse in svariate arti, insegnando Armonia in città italiane come Mantova, Verona e Napoli, per chiudere poi la sua prestigiosa carriera a Milano, dove lo volle Ludovico il Moro e fu per un certo periodo Maestro di Cappella del Duomo.
Il ritratto qui sopra, esposto nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano, e attribuito a Leonardo, potrebbe raffigurare proprio il giovane Gaffurio. La cautela tuttavia è d’obbligo. A quanto pare infatti, la mano che regge lo spartito sarebbe venuta alla luce grazie ad una pulitura operata nel 1904 e solo allora si sarebbe pensato al Gaffurio. Nel foglio che il giovane musico stringe in mano sarebbe infatti leggibile la scritta Cant Ang, un indizio che molti studiosi interpretarono come un’abbreviazione di Cantum Angelicum, che potrebbe richiamare appunto il trattato Angelicus ac Divinum Opus, di Franchino Gaffurio. Per secoli si era pensato che questo olio su tela ritraesse Ludovico il Moro, in quanto posto a lato di un altro dipinto che raffigurava una duchessa di Milano. Come ciò sia stato possibile è difficile a credersi, vista la ben scarsa somiglianza col Duca, e il confronto con altri, più conosciuti ritratti dello Sforza, come quello che qui di seguito vi propongo, avrebbe dovuto indurre, effettivamente, a una maggiore cautela.



Ma la storia non finisce qui, poiché in tempi più recenti altri studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il musico del ritratto non fosse Gaffurio ma il celebre Josquin des Prez, che soggiornò a lungo in Italia, prima a Milano, poi a Roma e Ferrara, dove fra l’altro compose per Ercole I la celebre Missa Hercules Dux Ferrariae. Anche Des Prez visse dunque al tempo di Leonardo e come lui morì in Francia, a distanza di appena due anni. Di Des Prez peraltro si conoscono altri ritratti, e la somiglianza col musico del nostro dipinto non appare risolutiva, come si può notare dalla tela riprodotta qui sotto.



Temo che non sapremo mai con assoluta certezza chi e' il musico ritratto nel dipinto. Né sapremo mai se Leonardo ne sia davvero l'autore. Certo, i critici sanno essere convicenti con le loro dotte osservazioni, ma non vi sono prove che il dipinto sia di Leonardo. Sarebbe anzi l'unico ritratto maschile conosciuto del grande maestro, che figure maschili ne ha dipinte sì ma, eccezion fatta per il suo celebre autoritratto, solo nell'ambito del sacro, come il Battista e il Gesù.
Non sapremo neppure quali sembianze avesse realmente il nostro Franchino Gaffurio, di cui pure c'è giunto almeno il nome, nonché le opere.
Provate ora ad ascoltare il suo coro, (ne troverete in rete svariate versioni) e i suggestivi versi di Lancinus Curtius che Gaffurio musicò:

Musices septemque modos Planete
Corrigunt septem totidemque chordis
Thracis antiqui lyra personabat
Cognita sylvis
Gaphuri tandem modulis levata
Musa:non longum dea carmen adde
Musicae: alterna vice nomen unum
Nectit utrasque...

Franchino, Ludovico, Josquin, Leonardo, Lancino...
"Pensa che tutti costoro giacciono morti da tempo, scriveva Marco Aurelio. "E in questo, cosa c'è di terribile per loro? E che cosa, poi, per coloro di cui non rimane neppure il nome? Una sola cosa, qui, ha davvero valore..."
E qual è questa cosa, questa sola cosa che il filosofo ci indica? Chiediamocelo anche noi, come se lo chiese Marco Aurelio. Cerchiamo anche noi la nostra risposta, onorando così il nostro "mestiere" di uomini.
"Ho osservato tutti gli esseri..." diceva Paracelsus, che a Ferrara conseguì il dottorato: "...pietre, piante e animali, e mi sono sembrate come lettere sparse rispetto alle quali l'uomo è parola viva e piena."