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giovedì 20 ottobre 2011

Dove nascono di Oceano le Onde




Il collo di una sconosciuta
Le sue gambe
La bocca

Vorrei essere un mare in tempesta
E riversarmi su di lei
Come un’onda gigantesca
Per poi cullarla
Più al largo
E come acqua
Scivolare sul suo corpo

Vedi, anch'io nascondo
Di antiche navi
I relitti sul fondo
Ma la mia vita
È ora un mare morto

Eppure di lontano
Nuovi venti sempre si preparano

Chi sa dire
d’altronde
Dove nascano
di Oceano
Le onde

Lutetia 27 IV 2760 auc

Il Troiano



(Foto gentilmente concessa da Paolo Giarratana)

Dove corri e che bisbigli o soave brezza
Tu che nel bronzeo splendore di vespro così mi sfiori?
Dalle alte mura di Troia dei legni argivi le vele cercando
Ora all’orizzonte lontano e ora al prodigioso cavallo
Inquieto va il mio sguardo
Sotto il manto che Notte al cocchio rapida stende
E lungo la Sacra Via fanciulli e donne
Acerbi canti intonano e danze e fuochi
Spente dei funesti lutti le livide ombre
Tra le care avite pietre si accendono
Non è sera, crudele dea
E seppur mi cingessi del tuo nudo braccio
Al laccio degli occhi tuoi belli
Gli ilei spalti e il ferro non diserterei
Non stasera, non stasera, o dea tra le dee

(Lutetia, 31 luglio 2762 auc)

La grande paura è passata: l’esito dell’ultima biopsia è favorevole... Chi ha vissuto momenti simili comprenderà forse lo stato d’animo in cui mi sono trovato quando ho scritto questi versi. Le navi degli Achei sono ormai lontane, invisibili a occhio nudo. Intorno a noi è festa perché Troia è salva, ma qualcosa ci impedisce di unirci agli altri, di lasciarci andare al vino e alle danze. La mano si stringe forte intorno all’elsa della spada e lo sguardo vaga inquieto tra l’orizzonte lontano e questo cavallo che certo ha del prodigioso…

lunedì 17 ottobre 2011

A che mi serve un dio?



Che cos'è questa luce che pervade tutte le cose?
Che cos'è questa brezza che tutto muove?
Corre il mio sguardo come volo d'uccello
e come uccello si posa
a beccare del creato i semi.
Così sto davanti al mondo
nei miei stati di grazia
dimentico di tutto
e batte il mio cuore il battito del mondo
anche ora che greve spinge il cemento
sui larghi fianchi di Gea
e altri semi germogliano
profondi, nel grembo materno.
A che mi serve un dio
se di sì semplici domande vivo
io che nulla chiedo?
Disperderà i miei versi il vento
come foglie secche l'inverno?
Altri uccelli beccheranno allora
i semi di questi frutti un giorno.

giovedì 6 ottobre 2011

Se anche il cuore mi inganna



(Foto di Michele Galli)

Se anche il cuore m’inganna
e la solitudine ancora
come un nuovo giorno risorge
inondando di luce
ferite scabrose…
Se anche il cosmo lo vuole
e anzi,
come un’isola alla deriva
proprio su ciò poggiasse…
E se pure tutto fosse in gioco
così che della vita
non ci restasse neppure un poco
Anche così,
invisibili,
di verosimili illusioni,
serenamente vivere
si può.

(Firenze, 16 settembre 2758)

Come un Albero in Inverno



Felice l'uomo che nel niveo candore
del tuo silenzio si perde.
Felice, se sul suo volto sorge
e tramonta ora il tuo sorriso.
Così lo immagino,
io, come un albero d'inverno
solo, nella sorda neve
sulle nere radici ricurvo.

(Lutetia, 30 marzo 2763 auc)

Lascerò questi Abissi un Giorno



Lascerò questi abissi un giorno
e le profondità del cielo risalirò.
Un'isola mi attende
e calde rocce
dai flutti del tempo
levigate nel sole.

(Lutetia, 31 marzo 2763 auc)

Del Futuro le Radici



Il destino è
come pianta che da seme nasca
ma del futuro le radici
desidèri noi chiamiamo
e indifferenti al tuono roboante
e al vento
che lo spirito del mondo
nel mondo alita
così, di fronte al nostro destino
puerili ancora stupiamo.

Res Nullius



(Foto gentilmente concessa da Paolo Giarratana)


L'oggi non mi appartiene,
sono naufragato sulle sue rive
salvando solo il ricordo di quei giorni,
i giorni dell'affetto e dell'amore,
piccole cose ora senza valore,
sparse qua e là
nella rena bagnata.
Uomo, finalmente uomo:
relitto tra i relitti.

(Firenze, 14 settembre 2764 auc)

A un certo punto della nostra vita ci troviamo come a compiere una traversata che si conclude con un naufragio, in cui perdiamo tutto il nostro bagaglio. Un bagaglio fatto di sogni, di illusioni.
Così approdiamo sulle rive della maturità... così diveniamo uomini.
E cos'è un uomo allora in quel preciso momento della sua vita?
Un relitto tra i relitti, una res nullius.

Chiamala Vita se vuoi



Un soffio di vento si leva giocoso
E questa inutile polvere sorge
Cammina s’invola
Come una voce o un dolce canto
S’insinua ovunque
Ora mormorando ora urlando
Rivendica a sé
Come opera sua
Queste aride dune
E un mondo intero disegna
Con la capricciosa fantasia
Di un bambino
Chiamala vita se vuoi
Ma affrettati
Che già la polvere
Ritorna alla polvere
E il vento di nuovo
Leggero s’invola

Lutetia, 24 III 2760

Ode Barbara



(Foto di Michele Galli)

Non impalerò piu' il capo reciso
dei nemici sconfitti
e non sventrerò le loro donne,
né godrò delle loro lagne
mentre piangono il marito ucciso.
Ora apro strade e sventro montagne,
getto ponti e cancello confini,
ma non difenderò più la tua casa
né i tuoi bambini.
Non corro più nel vento
in groppa al mio cavallo
e non lavoro più né ferro né orti.
Ho divelto il timone dalla mia barca
per profittare di tutti i venti e di tutti i porti.
Seppellisco i miei rifiuti
e brucio i miei morti.
Credo in una vita dopo la morte
e chiamo questa
VITA
che invece è morte.
Ho deposto le mie armi per viltà
per questo inferno senza diavoli e senza fiamme
che chiamate civiltà.

(Ferrara, 16 settembre 2764 auc)

Le Rive


(Foto gentilmente concessa da Paolo Giarratana)

Uno è il mare
molte le rive
O spuma del riflusso
delle possenti onde
dell’Oceano
Tu non conosci
la Verità dell’Azzurro
l’Abisso distante
Fondamento del Moto
La tua Verità è la riva
l’umida rena cui t’aggrappi
per la Vita di un effimero istante

“Una è la sapienza, conoscere la mente che per il mare del Tutto ha segnato la rotta del Tutto”. (Eraclito, fr. 13 Diano) La verità dell’Uno è come un mare e gli uomini sono come la spuma delle sue onde. Nella loro ignoranza della Verità dell’Uno essi vivono di opinioni (le molteplici rive) e si aggrappano disperatamente alla vita, l’umida rena della riva. Il riflusso li strappa alla riva, ma questo per-ire, questo tra-passare, è solo l’eterno ritorno all’Uno. Esso presuppone un prima e un dopo, è il Ritorno (nostos, da cui nostalgia) al fondamento che fonda, abisso azzurro del sacro. L’abisso distante che la nostra Ragione chiama irrazionale, non cela alcun mistero. Il vero mistero è semmai da cercare nell’oblio dell’essere e della Verità dell’Uno.
La totale assenza di punteggiatura è parte del tentativo di recuperare anche attraverso la forma un carattere originario del logos. Il greco antico non conosceva la punteggiatura.
All’inizio di un suo racconto intitolato “Brigitta” Stifter ha scritto: “La scienza psicologica ha illuminato e chiarito più di un fenomeno, ma parecchio continua ad esserle oscuro e assai distante. Crediamo pertanto che non sia esagerato postulare l’esistenza di un sereno incommensurabile abisso ove vagano Dio e gli spiriti. Nei momenti di delizia l’anima spesso lo attraversa in volo, la poesia con infantile incoscienza talora lo palesa; ma la scienza con squadra e martello resta di frequente soltanto ai margini di questo abisso, non riuscendo in diversi casi nemmeno a sfiorarlo.” (Stifter, Studi, 1843)

Invero la Vita è il più Arduo Canto



Di vuote dissonanze
vibrando le lenti corde
canta la Musa
dell’amaro amore
e dei giorni che eguali
succedonsi alle ore.
Canta la Musa
del senso che sfugge
e di questo vano umano vanto.
Non tutto è perdita e rinuncia
ma invero la vita
è il più arduo canto.

Di Te Narra la Fiaba



Di Te narra la Fiaba
(De Te Fabula Narratur)

Sentire…
tornare a sentire…
Riconquistare il passato, le radici
il silenzio ricolmo di ogni udire,
quel vuoto stipato, greve di ogni divenire.
Di te narra la fiaba
altro scopo non ebbero
i giorni del tuono e del fuoco
della luce e del gioco
i sogni e i segni dell’aurea età
un canto per i giorni di povertà,
questa la loro magia…
…e non v’è altra via:
credere, sperare, amare
l’arte,
la poesia.

[7 agosto 2757]